Giornata della Memoria al “Villaggio dei Ragazzi”

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Il comunicato:

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Per non dimenticare l’orrore della Shoah, per ricordare le vittime dell’Olocausto e coloro che hanno messo a rischio la propria vita per proteggere i perseguitati ebrei e non, si è celebrata, stamane, al Villaggio dei Ragazzi “Il Giorno della Memoria”. Molte le iniziative sul tema del genocidio nazista, tra cui la presentazione di una galleria fotografica del viaggio svolto nel gennaio del 2020 da una rappresentanza di alunni del villaggio al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau e di Sachsenhausen. L’iniziativa, promossa dall’organizzazione il “Treno della Memoria”, ebbe l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, il Patrocinio della Camera del Senato e del Parlamento europeo, e rese, di fatto, gli allievi testimoni diretti della pagina più scura della storia del secolo scorso. Molto appassionante e suggestiva è stata anche la visione del cortometraggio su Rai play “La stella di Andra e Tati”, che racconta la Shoah vista con gli occhi di due bambine di 4 e 6 anni e la partecipazione delle V° classi degli Istituti alla celebrazione in diretta dal Campo di Fossoli organizzata da Sale Scuola Viaggi, che è valsa agli studenti anche la certificazione PCTO/Educazione Civica. “’ ‘ ‘ – ℎ , ’ . “ – ℎ – . ̀ ℎ ̀ ℎ ”.

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Giornata della Memoria al “Villaggio dei Ragazzi”

GRAZZANISE: PER LE VITTIME DELL’OLOCAUSTO UN’ISTALLAZIONE AL MUNICIPIO

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GRAZZANISE (Raffaele Raimondo) – “Abbiamo deciso di celebrare la Giornata della Memoria con un’installazione che raffigura simbolicamente tutte le vittime dell’Olocausto”. A parlare è Fabio Petrella consigliere comunale delegato alla Cultura; evidentemente l’assessore al ramo (Antonella Caianiello/86 ?) è superimpegnato sulle emergenze strutturali e funzionali delle sedi grazzanisane dell’istruzione e pertanto l’altrettanto giovane consigliere Petrella provvede a fornire alla cittadinanza quantomeno un segnale del bisogno di non far passare inosservata l’indispensabile rievocazione storica, come viceversa accadde l’anno scorso, in regime commissariale, per il 25 aprile, anniversario della Liberazione. Accaduto che non esitammo a stigmatizzare con forza.

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La Giornata della Memoria, che ricorre oggi, 27 gennaio – come dettato dal Parlamento italiano con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, “in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti” – è da molti anni un appuntamento fisso cui si dedica lo statale Istituto comprensivo locale guidato dalla ds Roberta Di Iorio che, nelle fattispecie, s’avvale del fertile apporto della prof.ssa Carla Piscopo. La stessa premura che negli anni più recenti ha mostrato l’associazione Contemporanea, fino a qualche giorno fa presieduta da Simmaca Miele che ha passato il testimone di vertice a Pompeo Mannillo, diletto figlio di Mario ed Angelina Paoletta che avevano avuto l’iniziale intuizione di fondare la feconda scuola di musica.

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Pure quest’anno, infatti, la Di Iorio ha disposto, in uno con la collegialità scolastica, una “tre giorni” (in streaming stavolta, causa interminabili strali del covid-19), utile a rispondere alle esigenze peculiari dei tre plessi di Grazzanise-capoluogo e frazione Brezza, nonché il vicino Comune di Santa Maria la Fossa dove ieri, martedì 26 gennaio, sono giunti, via Internet, gli inputs illustrativi e sensibilizzanti della predetta ds, che ha aperto il collegamento, della dott.ssa Teresa Merone (socia fondatrice della benemerita associazione “Terraferma” di Tora e Piccilli) in diretta da Francoforte (Germania) e del parroco fossataro don Pasquale Buompane, sicché ai docenti e agli alunni da essi coordinati si è fornita un’ampia gamma di riferimenti educativi sui quali senz’altro continuerà la ricerca nelle ordinario orario didattico purtroppo attualmente scompaginato dalla pandemia. Oggi, 27, a Brezza arriveranno gli interventi virtuali delle autorità e della dott.ssa Adriana Carnevale, rappresentante della comunità ebraica di Napoli; a chiusura, domani 28 le classi del plesso centrale di Grazzanise ascolteranno le autorità locali presenti alla postazione web e la presidente del Movimento internazionale per la pace e la salvaguardia del Creato, Agnese Ginocchio da Alife, più volte ospite delle scuole di Grazzanise da quando il Cocevest (Comitato per la celebrazione degli Eventi storici), sorto nel 1996, la invitò per la prima volta.

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GRAZZANISE: PER LE VITTIME DELL’OLOCAUSTO UN’ISTALLAZIONE AL MUNICIPIO

Le foto. Sacchetti di rifiuti a canestro nei cestini da passeggio

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Maddaloni. Il problema rifiuti a Maddaloni è sempre attuale, e le novità quotidiano non mancano mai, così come le segnalazioni sull’argomento.

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Quella che in città è nota come la via dei podisti, ovvero via De Curtis, una strada che, per le sue caratteristiche permette passeggiate e corsette, viene sporcata dall’inciviltà di chi pensa che, solo perchè una strada è un pò più periferica, debba essere adibita a discarica.

Nella strada in questione sono stati installati da un pò di tempo, cestini per la raccolta differenziata ( plastica, alluminio e multimateriale), proprio per dare la possibilità ai podisti di disfarsi di un brick o una bottiglietta vuota, che solitamente si porta con sé. Invece non si può gettare neppure un fazzoletto, poichè, come si vede dalle foto, i cestini vengono utilizzati come bidoni per il deposito dei sacchetti.

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Non solo: in quella strada si trova l’isola ecologica che, da circa un mese è stata chiusa per lavori e spostata in altra sede. Il cartello che avvertiva della chiusura è sparito e le persone, nonostante siano stati comunicati chiusura e trasferimento provvisorio, continuano a depositare rifiuti di ogni genere sul marciapiedi dinanzi al cancello.

Lo spettacolo è indecoroso. La puzza è nauseabonda. E nonostante la rimozione si continua a depositare, come se una pubblica strada fosse un centro di raccolta rifiuti.

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Le foto. Sacchetti di rifiuti a canestro nei cestini da passeggio

Prima edizione di Libro dell’anno

Sabato 30 gennaio alle ore 18 alla Libreria Dante & Descartes consegna del premio al libro di Generoso Picone autore di Paesaggio con rovine

NAPOLI – Nasce da un’idea di Raimondo Di Maio e di Antonella Cilento, Libro dell’anno, uno speciale riconoscimento morale a cadenza annuale dedicato a libri pubblicati in Italia nell’anno precedente e portatori di importanti valori civili, sociali e culturali, capaci di contribuire in modo costruttivo allo sviluppo di una coscienza civile collettiva.

A inaugurare la speciale iniziativa sarà Paesaggio con rovine (Mondadori, 2020) del giornalista e scrittore Generoso Picone che, sabato 30 gennaio alle ore 18 nella sede della libreria Dante & Descartes in piazza del Gesù Nuovo  riceverà in premio la scultura bronzea creata per l’occasione dall’artista Roberto Cyop e raffigurante un viandante il cui cammino poggia sui libri.

Hanno sottolineato i promotori della particolare iniziativa, che non prevede giurie ma una sincera e appassionata idea di Nultura: Più che un premio nel senso tradizionale del termine, “Libro dell’anno” intende essere un riconoscimento speciale, al di fuori delle logiche economiche e delle classifiche editorialiCi sono libri che meritano di essere conosciuti e riconosciuti. Sono quei libri che si prodigano per gli altri e per il territorio, libri che volontariamente o involontariamente migliorano il mondo: i libri dell’anno.

La scelta di premiare Paesaggio con rovine per la I edizione della rassegna è ben precisa: è stato proprio il libro di Generoso Picone a unire Raimondo Di Maio e Antonella Cilento in una riflessione condivisa e a ispirare l’idea di un riconoscimento speciale. E non è un caso che l’idea dell’editore –- che ha pubblicato anche l’unica opera tradotta in italiano del Nobel Louise Glück– e di Antonella Cilento – scrittrice e fondatrice di Lalineascritta, il primo laboratorio di scrittura del Sud Italia nato 28 anni fa – abbia preso forma proprio nelle ultime settimane del 2020 che i due definiscono l’anno in cui “l’umanità scopre di far parte di un allevamento mondiale irresponsabilmente organizzato”. Da qui l’urgenza di tributare un riconoscimento al valore della Cultura e della Letteratura capaci di accendere luci e segnare il cammino, anche nel buio di una crisi mondiale.

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Paesaggio con rovine. L’ultimo libro di Generoso Picone, uscito esattamente 40 anni dopo il tragico evento del terremoto che colpì l’Irpinia nel 1980, rappresenta un punto di partenza in molti sensi. Delinea il ritratto di una terra invisibile e di una generazione che si è poco detta e mai celebrata, in un Paese che vive di autocelebrazioni ma è di corta memoria. L’autore prospetta, inoltre, concrete proposte per un futuro diverso, che non si limiti al pianto e al lamento, ma produca un vero ed efficace cambiamento. Non è solo il terremoto del 1980 ad essere ricostruito ed indagato. Interrogata è, infatti, la storia di un territorio, del Sud e dell’oblio della questione meridionale, colpevolmente ignorata dalla politica nazionale. A distanza di quasi mezzo secolo, il mondo intero divora se stesso oggi, con chiari riferimenti all’attuale pandemia, come ieri in Irpinia.

Gli organizzatori

Libreria Dante & Descartes

Nel 1984 Raimondo Di Maio apre la Libreria Dante & Descartes, con la consapevolezza che quando si vende un libro non si cede solo una merce. Questo significa riconoscere la funzione di formazione, emancipazione e indipendenza del libro, per questo oggi, più di ieri, il libraio è chiamato a svolgere la propria professione con grande responsabilità culturale e civile. Dal 2010 Raimondo è affiancato da Giancarlo, suo figlio, che da piazza del Gesù Nuovo, con il proprio sapere e la propria capacità critica, collabora al traffico di libri.

Associazione Culturale Aldebaran Park APS | Lalineascritta Laboratori di Scrittura

L’Associazione Culturale “Aldebaran Park” nasce a Napoli nel 1995 fondata da Antonella Cilento, scrittrice, finalista Premio Strega 2014, docente di scrittura creativa da 28 anni, Paolo Oliveri del Castillo, regista, attore, manager, Iole Cilento, scenografa, artista, illustratrice, docente Accademia Belle Arti.

L’Associazione produce i progetti de Lalineascritta Laboratori di Scrittura (www.lalineascritta.it) la più antica e prestigiosa scuola di scrittura del Sud Italia e fra le più antiche e solide del Paese, 28 anni di attività (1993-2020) che attualmente riunisce nel proprio staff:  Stefania Bruno, drammaturga e ricercatrice universitaria di Storia del Teatro, Stefania Cantelmo editor e redattrice, Giuseppe D’Antonio, editor e redattore, Valentina Giannuzzi, editor, Marco Alfano, musicista e web master, Domenico Esposito, segretario.

Fra i molti prestigiosi ospiti che ogni anno tengono lezioni per Lalineascritta da ben otto anni accompagna la storia della scuola lo scrittore Giuseppe Montesano.

Lalineascritta produce corsi annuali, trimestrali, settimanali (laboratori, workshop e stage) di scrittura creativa, editoria, drammaturgia, sceneggiatura, ludoscrittura, arti visive e teatro. Tutti i laboratori hanno versione in web conference e un pubblico internazionale.

Lalineascritta produce, in collaborazione con l’Università Suor Orsola Benincasa, SEMA I mestieri della scrittura e dell’editoria dall’artigianato al digitale, il primo Master in scrittura e editoria del Sud Italia, giunto alla terza annualità e da dodici anni la storica manifestazione di letteratura internazionale Strane Coppie, che ha nel tempo visto la collaborazione di Istituti di Cultura di numerosi Paesi: Goethe Institut, Institut Français de Naples, Instituto Cervantes, Accademia d’Ungheria in Roma.

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Prima edizione di Libro dell’anno

MERCOLEDì 27 GENNAIO 2021…

Dottor Mosca
di G. Cu.

Il Messaggero

Chi era davvero il dottor Carlo Mosca? Dipende dal periodo. Un medico competente e una persona premurosa, si legge nella sezione Opinione dei pazienti dell’ospedale di Montichiari di qualche anno fa. C’è la degente che, ingessata per una frattura, esprime la sua gratitudine: «Un sentito ringraziamento al dott. Carlo Mosca per l’assistenza, la sua gentilezza umana e il suo tatto che mi hanno rincuorata».
La vita professionale del dottore procedeva bene. Originario di Cremona, Mosca era approdato agli Spedali di Brescia prima come studente e poi come medico, lavorando da subito in pronto soccorso. Dopo un passaggio a Mantova, nel 2017 è entrato all’ospedale di Montichiari e assunto nel 2018. Ma è arrivato il Covid ed è cambiato tutto.
Mosca e i colleghi si sono trovati ad affrontare un’ondata inimmaginabile. La struttura, scrive il gip nell’ordinanza, «era sotto l’assedio della pandemia, tutto scarseggiava, dalle maschere e i caschi per l’ossigeno, ai macchinari più sofisticati per mantenere in vita i pazienti». Il primario e la sua équipe diventano gli angeli della prima ondata, gestiscono quasi 600 pazienti Covid.
E lui, in un’intervista al Corriere della Sera, raccontava che ogni giorno era una battaglia «per cercare di salvare più vite possibili». Così, tra turni saltati e videochiamate alla figlia di sette anni che gli chiede «papà, quando torni a casa?», si giunge a marzo. Il dottore perde la testa.
Il primo a rivelare l’abisso è un infermiere che lo denuncia e fa partire l’inchiesta. Riferisce di una telefonata di Mosca che gli ordina di somministrare a un paziente in serie difficoltà respiratorie due fiale di succinilcolina, ma lui si rifiuta e altrettanto fa il medico di turno la notte tra il 18 e il 19 marzo: senza intubazione, il malato sarebbe morto soffocato. A questi episodi ne seguono altri, fino ai quattro letali su cui indaga la procura che ha disposto la riesumazione delle salme: uno il 20 marzo, un altro il giorno successivo, due decessi il 22 marzo.
Per il giudice, «Mosca non poteva non sapere, in forza della sua specializzazione e delle sue competenze, che né il propofol né, a maggior ragione, la succinilcolina erano contemplati dai protocolli di sedazione in materia di terapia del dolore».
A questo punto la trasformazione del medico è completa: il compassionevole dottor Mosca entra in aperto conflitto con gli infermieri che si rifiutano di somministrare i farmaci, litigano con lui, «sono in disaccordo con i suoi disinvolti metodi» e lui fa da sé.
La mattina del 23 marzo, giorno successivo alla morte di Paletti, un infermiere scatta la foto di due fiale vuote di porpofol e succinilcolina nel cestino dei rifiuti speciali e quella notte nessun paziente è stato intubato: «Deve dedursene che si trattasse proprio dei resti dei preparati iniettati a Paletti, deceduto poche ore prima», rileva il giudice.
La situazione in reparto è fuori controllo. Riferisce un altro operatore sanitario: «Ho avuto una discussione con il dottor Mosca perché mi ha fatto capire che voleva accompagnare un malato al decesso». Ormai in ospedale è Mosca contro tutti. Quando scattano le convocazioni degli infermieri da parte dei carabinieri il primario si attiva per scoprire dove puntano le indagini, «avvicina membri del personale per concordare una versione di comodo della vicenda, istigandoli a dichiarare il falso». Una delle motivazioni delle esigenze cautelari è l’inquinamento probatorio, «vi è il concreto pericolo che induca gli infermieri e gli operatori sanitari a lui subordinati a ritrattare o a nascondere ulteriori particolari rilevanti ai fini dell’indagine».
E poi c’è concreto il rischio di reiterazione del reato. I primi mesi di pandemia hanno spezzato i nervi di Mosca. «A casa avevo una bambina di sette anni che il distacco l’ha sofferto. Nelle telefonate ha raccontato stanchezza e ansia emergevano, all’inizio c’erano anche degli sfoghi».
Il pensiero era sempre «all’ospedale, ai pazienti, al da farsi», tanto che al ritorno a casa a emergenza passata aveva spiegato che gli ronzava ancora nella testa il fischio dell’ossigeno delle tubazioni dei pazienti in terapia intensiva: «Lo sento ancora anche adesso che è tutto spento».
Con la seconda ondata in atto, l’equilibrio precario di Mosca era sul punto di spezzarsi di nuovo. Dalle ultime intercettazioni emerge infatti il ritratto del primario «come quello di un soggetto in preda a un forte stress, originato anche dal dover fronteggiare nuovamente il crescente afflusso di casi di Covid».

G. Cu.

Signora Emilia
di Fabio Poletti

La Stampa

La signora Emilia Paletti seduta su una sedia di plastica bianca di questo giardino un po’ sgarrupato sbocconcella al sole un panino. «Sono io la vedova dell’Angelo, ma i carabinieri mi hanno detto di non parlare». Mica facile stare zitta se l’Angelo se n’è andato da quasi un anno, era il 22 marzo. Se a maggio lo hanno tirato su dal camposanto per fargli l’autopsia. Se solo due giorni fa gli stessi carabinieri assai premurosi, le hanno detto che sì, proprio il suo Angelo era una delle due vittime di Carlo Angelo Mike Mosca, il primario del Pronto Soccorso dell’ospedale di Montichiari, accusato di aver ammazzato i pazienti nel pieno della pandemia «per liberare i letti in reparto».
La signora Emilia stretta nel piumino nero si avvicina ma non troppo al basso cancello marrone di questa casa bianca sulla provinciale che porta a Brescia. «Quando me lo hanno detto è come se il mio Angelo fosse morto un’altra volta». Rivivere quel giorno, si capisce che le è doloroso. Non farlo sarebbe pure peggio. «Angelo stava male, faceva fatica a respirare. Lo chiamavo “Angelo, Angelo” e nemmeno mi rispondeva. Ero spaventata. Non sapevo che fosse Covid. Ho chiamato l’ambulanza. Lo hanno portato all’ospedale di Montichiari. Non l’ho più mai visto nè sentito. Due ore dopo mi hanno telefonato dall’ospedale dicendo che era morto».
I consulenti anatomopatologi della Procura di Brescia durante l’autopsia effettuata a maggio, cioè due mesi dopo il decesso, hanno trovato nei resti del fegato di Angelo Paletti tracce di Propofol, un farmaco che si usa esclusivamente per preparare un paziente ad essere intubato. Scrive il giudice Angela Corvi nella sua ordinanza, citando i medici: «L’analisi della concentrazione nel sangue (nonché nella bile e nel tessuto polmonare ed epatico) portava i consulenti a concludere che la quantità somministrata fosse di 20 ml di un’emulsione a 20 mg e che il decesso si fosse verificato pochi minuti dopo».
Quando la signora Emilia mostra la foto del marito, incorniciata in un quadretto di argento quasi la accarezza: «Il mio Angelo non aveva niente. Era sano come un pesce. Certo non ce la faceva più ad andare nei campi in cascina. Ma chissà quanto ancora avremmo potuto vivere insieme. Anche adesso che eravamo vecchi me lo diceva sempre: “Ti amo come il primo giorno che ti ho vista”. Adesso lui non c’è più. Mia figlia e i miei nipoti stanno a Varese e io sono rimasta qui, da sola in questa grande casa».
A Isorella, un campanile, tre bar, due tabaccai, poco più di tremila abitanti, tra marzo e aprile ci sono stati 31 morti. Una strage, ricorda il sindaco Chiara Pavesi: «Ci conosciamo tutti. Angelo era uno dei morti. Il Covid è stato una dannazione, ma morire così no». Certo l’inchiesta della magistratura farà il suo corso, le prove contro il medico saranno ben soppesate, nessuno pensa che un caso così possa rimettere in discussione il sacrificio dei tanti medici e infermieri che hanno dato e danno l’anima.
Ma alla fine, nella sua semplicità, vale forse la considerazione apparentemente cinica della signora Emilia. Le parole le escono di getto, non è la legge del taglione, ma un pensiero forte che qualcuno potrebbe pure condividere. «Glielo darei io il veleno a quel medico matto. Anzi, poteva prenderlo lui se stava così male, se non sopportava più quello che vedeva ogni giorno in ospedale. Se stava male doveva uccidersi, prendere lui il veleno che ha dato a mio marito. Non doveva ammazzare altre persone, bastava che si ammazzasse lui e il mio Angelo era ancora qui».
Dell’inchiesta, dei carabinieri, di quello che succederà, la signora Emilia sa poco. Però ci sono cose che fa molta fatica a tenersi dentro: «Dopo che mi hanno telefonato per dirmi che Angelo era morto, quelli dell’ospedale di Montichiari non si sono fatti più sentire. Né quando lo hanno tirato su dalla tomba. Né adesso che si è scoperta questa cosa, nemmeno una telefonata mi hanno fatto».

Fabio Poletti

La sezione Stamattina è curata da Giorgio Dell’Arti, Luca D’Ammando e Jacopo Strapparava.

Processi
Attesa presso la Corte di cassazione, a Roma, la sentenza relativa all’omicidio di Lidia Macchi (20 anni), avvenuto il 5 gennaio 1987. Gabriele Moroni su Il Giorno: «La mattina del 7 gennaio 1987 una trentina di ragazzi sono raccolti davanti all’abitazione della famiglia Macchi, in via Ciro Menotti [a Varese – ndr]. I ragazzi di Comunione e liberazione si sono mobilitati per ritrovare una di loro. Si chiama Lidia Macchi, non ha ancora ventun anni, è iscritta al secondo anno di Giurisprudenza alla Cattolica di Milano. È capo scout, impegnata in Cl, in contatto epistolare con il fondatore don Luigi Giussani. Manca da casa dalla sera del 5 gennaio. […] Sono Roberto Bechis e Maria Pia Telmon a scoprire l’auto attorno alle 10, in un bosco alla periferia di Cittiglio, su una collinetta chiamata Sass Pinì. […] Il corpo di Lidia è disteso accanto all’auto. Coperto da un cartone. Martoriato da colpi di coltello sferrati con furia: se ne conteranno ventinove. Il viso rivolto a terra, i pugni stretti al petto. Contrariamente alle abitudini della morta i pantaloni alla zuava sono infilati negli stivaletti. I collant sono indossati al rovescio. Attorno poco sangue. Due piccole macchie sul sedile del passeggero, una sulla parte posteriore dei pantaloni. Chi ha ucciso Lidia Macchi? […] Trentaquattro anni di inutile rincorsa alla verità. Indagini senza esito. A seguire, anni silenti. Reperti distrutti o spariti nel nulla. Un sussulto nel gennaio 2016 con l’arresto di Stefano Binda, quasi cinquantenne di Brebbia, dove vive con la madre, la sorella, il nipote. Ragazzo di intelligenza sfavillante, laurea in Filosofia, un passato segnato dalla droga, Binda è stato per due anni compagno di Lidia al liceo classico e come lei militante di Cl. Finisce in carcere con l’accusa di essere il brutale assassino. Processi. Polemiche. Veleni. Il 24 aprile 2018 la Corte d’assise di Varese condanna Binda all’ergastolo. Nel luglio 2019 si va davanti alla prima Corte d’assise d’appello di Milano. L’avvocato Daniele Pizzi, parte civile per la madre e i due fratelli di Lidia, chiede la ricusazione dei giudici. Istanza non accolta. Il 24 luglio Stefano Binda è assolto con formula piena per non avere commesso il fatto. L’uomo di Brebbia torna libero dopo tre anni e mezzo. […] Nel suo ricorso il sostituto procuratore generale Gemma Gualdi saetta contro un “processo ingiusto, unidirezionalmente impostato e monocraticamente condotto”. Presentano ricorso (a fini solo civilistici) anche i legali della famiglia Macchi. Ultimo capitolo di una storia infinita. Forse».

(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

MERCOLEDì 27 GENNAIO 2021…

Verde e amore per gli animali

Allo Zoo di Napoli passeggiate nel verde e tanto amore per gli animali ospiti del Parco

A tutti gli assetati di natura, desiderosi di spazi verdi per passeggiate spensieratamente, va il messaggio dello Zoo di Napoli, uno dei pochi parchi cittadini, dove rilassare anima e corpo tra la vegetazione lussureggiante curata senza sosta dai giardinieri, che ogni giorno se ne prendono cura.

Un Giardino zoologico dove godere della flora: uno dei primi obiettivo è mantenere una macchia verde di grande armoniosità, affinché gli animali si sentano ben accolti e non siano fuori contesto, un vero habitat, non solo un ricovero. Il giardino ripropone infatti aree di vegetazione consona a quella originaria delle diverse specie animali: habitat diversificati, dalla savana alla fattoria. Nulla è lasciato al caso.

Va detto però che fin dalla fondazione nel 1940, lo Zoo di Napoli è stato progettato dall’architetto Piccinato come giardino zoologico e come un vero e proprio orto botanico, riservando particolare attenzione agli esemplari fitologici, tant’è che per quantità di tipologie presenti si possono individuare specie rare e di difficile adattamento, dall’origine esotica e di provenienza di tutti e cinque Continenti. Si può perciò ammirare il Ginkgo biloba, la Magnolia lilliflora, la Chamerops humilis, più conosciuta come Palma di san Pietro, la Bambusa vulgaris, il famoso bambù, o la Casuarina equisetifolia.

Per chi apprezza la natura, passeggiare tra i vialetti dello Zoo è una piacevolezza da aggiungere alla meraviglia degli animali, il benessere dei quali è dovuto anche alla vegetazione del Parco: non è un caso che le nascite allo Zoo di Napoli siano sempre numerose, come l’ultimo nato in ordine di tempo, un dolcissimo cucciolo femmina di lama, da salutare ed ammirare con la sua famiglia nell’area fattoria.

Gli animali, per adattarsi al meglio hanno bisogno del massimo comfort, e in caso contrario eliminano naturalmente la capacità di procreare. Il successo dello Zoo di Napoli viene raggiunto grazie anche ad un’ottima squadra di veterinari, zoologi e keeper, che ogni giorno con la loro costante cura incrementano il benessere degli animali.

Tutte queste e attività del Giardino zoologico di Napoli supportano, dunque, la Ricerca e la Conservazione delle specie animali e vegetali.

Lo Zoo di Napoli: viale John Fitzgerald Kennedy, 76. È aperto tutti i giorni dalle 9.30 alle 17.

 Per maggiori informazioni: http://www.lozoodinapoli.it

(Fonte: Lo Speakers Corner – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

Verde e amore per gli animali

Acerra. Operazione ‘interforze’: stanato e catturato latitante del clan Setola, dovrà scontare 30 anni


A seguito di serrate indagini condotte in totale sinergia operativa, Continua a leggere