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Cosenza-Brescia/Parla mister Occhiuzzi

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Sarà il Brescia il prossimo avversario del Cosenza. La squadra calabrese arriva a questa gara dopo la sconfitta in casa del Chievo Verona. Più fiducioso il Brescia, che ,nell’ultimo turno, ha pareggiato in casa contro Entella per 2-2. Queste le parole del tecnico del Cosenza:“Ormai i casi di positività sono all’ordine del giorno, siamo abituati e preparati a fronteggiare questa situazione. Il gruppo è sereno e cattivo anche se non abbiamo vissuto una settimana tranquilla perché veniamo da una sconfitta ed è giusto che sia così perché le sconfitte non si digeriscono mai del tutto. Questo gruppo mi mette in difficoltà nelle scelte perché tutti si allenano benissimo, non getto la croce addosso a chi ha giocato in una gara persa perché loro devono allenarsi sempre al meglio come stanno facendo. Più mi mettono in difficoltà e più ho l’opportunità di scegliere la squadra migliore da mandare in campo.” Il tecnico del calabresi ha poi parlato della gara contro il Brescia:”In questo avvio stiamo incontrando tutte le grandi del campionato però ogni gara è difficile e quindi sarà una gara in cui il Cosenza dovrà giocare con cattiveria, rabbia e voglia di vincere ogni duello. Dobbiamo essere cattivi e cinici. Sappiamo che loro sono una squadra forte che potrà contare sul rientro di giocatori che hanno fatto la Serie A fino a pochi mesi fa, ma noi dobbiamo pensare a noi stessi, dobbiamo crescere e dare continuità alle nostre prestazioni che non devono essere solo di 40-50 minuti, non devono esserci momenti di rilassamento o calo della concentrazione”.

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Cosenza-Brescia/Parla mister Occhiuzzi

G8 di Genova. Parigi non estrada l’antagonista, bocciata la giustizia italiana

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G8 di Genova. Parigi non estrada l’antagonista, bocciata la giustizia italiana

Vincenzo Vecchi è stato condannato per devastazione e saccheggio in relazione al G8 di Genova. Per i giudici francesi le accuse non reggono. Sul reato di devastazione e saccheggio già la Grecia aveva lasciato ampiamente intendere che non c’era trippa per gatti rifiutando l’arresto e l’estradizione in Italia di quattro anarchici accusati in relazione alla manifestazione anti Expo del primo maggio 2015 a Milano e scegliendo di processare davanti alla corte di Appello di Atene i suoi cittadini che furono condannati a 2 anni e 6 mesi. In Italia avrebbero rischiato tra gli 8 e i 15 anni di reclusione. Pene così alte sono previste solo in Albania e in Russia oltre che da noi.

Adesso la storia si ripete. Non sarà estradato in Italia Vincenzo Vecchi il militante antagonista condannato per devastazione e saccheggio in relazione alle manifestazioni del G8 a Genova e per un corteo a Milano. Lo ha deciso la corte di Appello francese di Angers perché il reato non fa parte del codice d’Oltralpe come è assente dal codice penale greco.

I giudici hanno ritenuto validi delle accuse italiane solo l’aggressione a un fotografo e il possesso di una molotov fatti per i quali c’è una pena di 1 anno, 2 mesi e 23 giorni che bisognerà decidere successivamente se Vecchi dovrà scontare in Italia o in Francia. Questo dipende dall’accettazione o meno da parte dell’Italia della sentenza di Angers.

Per la giustizia italiana si tratta di una sconfitta grave dipesa anche dal fatto che le nostre autorità non vollero scorporare i reati. Una sconfitta giuridica e politica che dimostra come la credibilità dei nostri tribunali all’estero sia abbastanza scarsa. Dice l’avvocato Eugenio Losco: “Si tratta di un importante precedente perché stavolta la giustizia francese è entrata nel merito accogliendo uno dei rilievi principali delle difese sollevato fin dall’inizio per il mancato rispetto della procedura. Il reato di devastazione e saccheggio è una fattispecie incostituzionale con delle pene incongrue spropositate e non conformi alla normativa di altri stati europei.

La sua contestazione deve essere limitata a casi particolari assimilabili a eventi bellici e non certo alle contestazioni di piazza”. Vecchi che vive e lavora in Francia da otto anni era stato arrestato su richiesta dell’Italia, poi le udienze per decidere erano slittate anche a causa del Covid e nel frattempo il militante no-global era stato rimesso in libertà perché la corte di Rennes, allora competente, non aveva ravvisato pericoli di fuga smentendo anche su questo le pretese italiane.

I media nostrani hanno ignorato la brutta figura rimediata dal nostro paese in ambito internazionale eccezion fatta per un articolo peraltro equilibrato del Corriere della Sera nel fascicolo di Bergamo città in cui Vecchi è molto conosciuto per la sua attività politica.

Non si vuole riflettere insomma su una legislazione emergenziale che genera ingiustizie. La decisione della corte francese in realtà stride con il dibattito politico italiano dove in materia di sicurezza non manca chi vuole addirittura introdurre il reato di terrorismo di strada in riferimento alle manifestazioni e ai cortei dove si verificano incidenti. E riguardo all’ordine pubblico e alla cosiddetta sicurezza il passaggio tra il governo con ministro dell’Interno Matteo Salvini e quello con dentro il Pd non fa registrare differenze. Dice Oreste Scalzone: “Non ci sono “meno peggio”… Tutti in solido si uniscono per volere la pelle dei Vincenzo Vecchi”.

Va detto che sull’argomento è la Cassazione che cerca di porre limiti alla trasformazione di problemi politici in questioni meramente penali. In questi giorni ci sono state per esempio due importanti decisioni. È stata rimandata al Riesame di Roma l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo per quattro anarchici arrestati a giugno. Gli indagati restano per ora detenuti. All’origine della scelta pare vi sia una carenza di motivazione. Sempre la Cassazione ha rigettato il ricorso della procura di Bologna contro le scarcerazioni di altri anarchici arrestati a maggio e poi liberati dal Riesame.

Nei loro ricorsi gli avvocati richiamavano precedenti in cui la stessa Suprema Corte metteva dei paletti ben precisi affinché non venisse criminalizzato il dissenso politico. Il rischio è che il richiamo alla vicinanza ideologica a una certa area dell’anarchismo diventi l’unico criterio alla base degli arresti perseguendo non il fatto ma il tipo di autore. Si tratta della tendenza storicamente rappresentata dal diritto penale del nemico.

Del resto al centro degli arresti di questi ultimi mesi c’erano una serie di manifestazioni, sit-in, volantinaggi contro il carcere come istituzione e per denunciare le condizioni di detenzione aggravate dall’emergenza Covid. Prossimamente la Cassazione dovrà esaminare il ricorso dell’avvocato Ettore Grenci per una questione molto significativa del clima carcerario.

Il detenuto anarchico Nico Aurigemma si era visto negare il colloquio con i genitori e la sorella. Tra i motivi del no spiccava il parere contrario del pm perché Aurigemma nell’interrogatorio di garanzia dopo l’arresto si era avvalso della facoltà di non rispondere. Dunque per aver esercitato un suo diritto di indagato vedeva lesi i suoi diritti di detenuto.

Fonte : di Frank Cimini/  Il Riformista, 6 novembre 2020

 

 

 

 

 

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G8 di Genova. Parigi non estrada l’antagonista, bocciata la giustizia italiana

Caserta – Napoli. 46 ambulanze irregolari attestate dai Nas.

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Nell’ultima settomana su Napoli e Caserta i Nas hanno eseguito 945 controlli sulle ambulanze impiegate in servizi di emergenza-urgenza sanitaria e nel trasporto di infermi, individuando 46 mezzi non conformi alle normative sulla sicurezza degli operatori e delle persone trasportate a bordo.

Il servizio ha determinato la contestazione di 15 violazioni penali e 29 amministrative rilevando la mancanza di protocolli e di idonee procedure di pulizia e sanificazione dei mezzi sanitari e di mancato possesso ed uso di dispositivi di protezione individuale, come mascherine, guanti e camici monouso, a volte privi di certificato di conformità o smaltiti in modo irregolare.

Durante i controlli, sono state contestate ulteriori 51 irregolarità penali ed amministrative in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, quali la mancata attuazione dei sistemi di prevenzione d’incendi e di revisione degli estintori, la presenza di farmaci e dispositivi medici scaduti, l’impiego di veicoli destinati ad uso differente da quello sanitario.

A seguito dei controlli è stato sospeso l’utilizzo di alcune autoambulanze e sono stati presi tutti i provvedimenti legali e sanitari necessari per prevenire ulteriori danni.

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La giustizia riparativa supera la logica della repressione

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 La giustizia riparativa supera la logica della repressione

Anche i Sindacati del comparto sicurezza possono favorirla. Nell’ottobre del 1986 entrò in vigore la legge Gozzini, che da un lato introdusse il carcere duro per i mafiosi e dall’altro le misure alternative alla detenzione. Già allora Mario Gozzini, cattolico progressista eletto in Parlamento come indipendente nelle liste del Pci, muovendo dalla consapevolezza che il carcere troppo spesso invece di “rieducare” peggiora il condannato, intuì che si potesse pensare a una giustizia diversa da quella repressiva.

“Che l’uomo sia liberato dalla vendetta – è questo per me il ponte verso la più alta speranza e un arcobaleno dopo lunghe tempeste”, scriveva Nietzsche in “Così parlò Zarathustra”. E cos’altro è la pena se non vendetta – certo una “vendetta pubblica” – contro chi ha commesso reati? Lo è stata soprattutto quando, prima della legge Gozzini, appariva ancor più netta la separazione tra giudizio penale ed esecuzione penale, tra Tribunale e galera.

Da una parte il piano superiore del giudice che pronuncia solennemente la sua sentenza, dall’altra il sottoscala buio e sordido dell’espiazione. Il carcere era il luogo del lavoro sporco, spesso dei trattamenti brutali, altro che della “risocializzazione”! Lo racconta bene Nanni Loy nel film “Detenuto in attesa di giudizio” (1971), dove il protagonista, Giuseppe Di Noi (Alberto Sordi), vittima per giunta di un errore giudiziario, finisce nell’inferno delle prigioni italiane, fatto di regolamenti incomprensibili, di umiliazione e di violenza.

Oggi, a 34 anni dalla riforma penitenziaria dell’86, le cose senza dubbio sono cambiate, ma la strada verso un “umanesimo della giustizia” – espressione rubata a Umberto Curi – deve passare forse dal definitivo superamento della concezione retributiva della pena, cioè della sanzione come “afflizione” proporzionata al delitto, e dall’opzione per la “giustizia riparativa”, che consideri il reato non più come una condotta lesiva dell’ordine sociale da punire con la sofferenza della reclusione ma come un comportamento che provoca sofferenza alla vittima e un danno alla comunità, e che induca il colpevole ad attivarsi per la riparazione dell’oltraggio causato.

Secondo l’Onu, per restorative justice deve intendersi “ogni procedimento in cui la vittima e il reo, nonché altri eventuali soggetti o comunità lesi da un reato, partecipano attivamente insieme alla risoluzione delle questioni emerse dall’illecito, generalmente con l’aiuto di un facilitatore”. La “giustizia riparativa”, superando quindi la logica della repressione, richiede al reo di acquisire piena comprensione della negatività del proprio comportamento e di adoperarsi per la riparazione del danno subito dalla vittima, nell’ambito di un percorso di reinserimento sociale, favorito da mediatori e dalla comunità, che miri alla ricostruzione del legame sociale e al riequilibrio del sistema di rapporti turbato dal delitto.

La “giustizia riparativa” fa già parte da tempo del nostro ordinamento, e interviene sia in sostituzione della condanna (mediazione penale per i minori), sia sotto forma di riparazione collegata alla condanna (lavori di pubblica utilità sostitutivi della sanzione detentiva), sia come misure aggiuntive di carattere riparatorio in caso di affidamento in prova ai servizi sociali. In qualche modo, essa è stata assunta dal legislatore italiano come un dispositivo innovativo in grado di tracciare una via d’uscita di fronte alla palmare crisi del diritto penale e dell’istituzione carcere (saturazione e lentezza della macchina giudiziaria, sovraffollamento delle strutture carcerarie, effetti paradossali e negativi della pena detentiva, ecc.).

Suo presupposto indefettibile è la completa coscienza del male provocato da parte del reo, con il conseguente disagio (vergogna) e il desiderio di impegnarsi per porre rimedio al danno prodotto. Su questo terreno può essere prezioso il contributo degli appartenenti alla polizia giudiziaria. La restorative justice – me lo ripete da mesi Cristina Selmi – potrà trovare proprio nell’azione dei sindacati del comparto sicurezza una nuova spinta propulsiva.

I poliziotti hanno l’opportunità di guardare con occhi diversi l’autore del reato, non più come il malvivente da castigare ma come una persona alla quale offrire insieme nuove chance. Il carcere, come ha scritto Gozzini nel saggio “La giustizia in galera?” (Editori Riuniti, 1997), “non è un contenitore di rifiuti da tenere il più lontano possibile perché manda cattivo odore, ma una parte della società di cui siamo tutti corresponsabili”.

Fonte: di Andrea Leccese /Il Fatto Quotidiano, 6 novembre 2020

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La giustizia riparativa supera la logica della repressione

L’inferno giudiziario di un medico innocente in “Solo danni collaterali” di Pier Bruno Cosso

Breve storia di un medico ( non è il solo  ) rovinato dai Pubblici Ministeri

“Solo danni collaterali” del romanziere Pier Bruno Cosso (Marlin Editore, pp. 208, 14,90 euro) racconta la vicenda, ispirata a una storia vera ma con l’uso di nomi di fantasia, “di un onesto medico di famiglia vittima di un magistrato in delirio di onnipotenza”. Siamo a Sassari, in un tranquillo sabato mattina: è l’alba e il protagonista, il dottor Enrico Campanedda è ancora a letto con la moglie, mentre la figlia dorme nell’altra stanza. All’improvviso rumori forti arrivano dalla strada, motori di auto al massimo stridono davanti al suo portone, qualcuno si attacca in modo maleducato al campanello.

Quel sabato si trasformerà da porto sicuro in un incubo: carabinieri armati di mitra irrompono nell’appartamento per una lunga perquisizione, senza dare spiegazioni e senza mostrare rispetto per le persone e gli oggetti. “Le conviene collaborare” gli dice subito il maresciallo, “lei ha già fatto processo e condanna” gli urla Campanedda. Mentre l’indagato viene trasferito in caserma, la Procura sta già tenendo una conferenza stampa.

Il capitano dei carabinieri che accoglie Campanedda per notificargli l’avviso di garanzia con l’accusa di esercizio abusivo della professione lo illumina così: “Il giorno migliore per fare un’importante azione di polizia giudiziaria è il sabato, in modo che poi se ne parli nei giornali di domenica con il massimo risalto. È una fissazione del magistrato Ferdinando Ferdinando che ha curato le indagini”.

Proprio in quel momento il pm entra nella stanza, mentre il protagonista è frastornato da tutto quello che sta accadendo: “La conferenza stampa è andata benissimo, adesso le redazioni avranno tutto il tempo per trovare il giusto spazio sui giornali”. Campanedda finisce ai domiciliari: “privato della libertà per molti mesi, del lavoro, dello stipendio, e infine degli affetti familiari, il medico, aiutato da un’amica giornalista, si lancia in un’indagine serrata per comprendere l’origine delle accuse infondate di cui è fatto oggetto”.

Si scoprirà, attraverso una trama avvincente tipica di un thriller, un vero e proprio complotto ai danni di Campanedda, ordito da alcuni personaggi insospettabili. Il magistrato, pur se l’inchiesta verrà smontata, otterrà una promozione: il desiderio del protagonista, scagionato perché “il fatto non sussiste”, è quello di portarlo in giudizio in base alla norma sulla responsabilità civile dei magistrati ma il suo stesso avvocato gli sconsiglia di intraprendere quella strada: “Accusare un magistrato è pericoloso e inutile, un giudice darebbe fuoco alla sua toga prima di sentenziare contro un collega”.

Il libro verrà presentato sabato 7 novembre alle ore 18:00 sulla pagina Facebook della casa editrice e dell’associazione “Yairaiha Onlus”, che si occupa dei diritti dei detenuti: parteciperanno, con l’autore, l’avvocato e membro del direttivo di Nessuno Tocchi Caino Simona Giannetti, Sandra Berardi e Giusy Torre di “Yairaiha Onlus”. Modererà un nostro giornalista.

Fonte: di Angela Stella/  Il Riformista, 6 novembre 2020

 

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Polvere bianca nell’acqua a Maddaloni. La foto all’interno

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Sono mesi ormai che i cittadini di Maddaloni lamentano impurità e sporcizia di ogni sorta che sgorga dai rubinetti. Tracce di acqua mescolate a sostanze di varia natura, ovviamente disgustose e dannose.  Danno e beffa perchè al pagamento del canone idrico si aggiunge acquisto di acqua in bottiglia per uso alimentare, danni a caldaie ed elettrodomestici vari, rubinetterie otturate, filtri da sostituire di continuo, aloni in casa dovuti alle pulizie con acqua contaminata. Eppure, il contratto di fornitura dell’acqua specifica la sua potabilità.

Nonostante le innumerevoli segnalazioni via stampa, social ed altro, il problema persiste; anzi sembra accrescersi.

Oggi l’ennesima segnalazione di un cittadino: la foto parla da sola e fa rabbrividire

Come si è ottenuto questo intruglio? Ce lo racconta il nostro lettore che ci ha inviato la foto.

Ecco la ricetta: bollire un litro d’acqua per circa cinque minuti. Dopo un pò l’acqua assumerà un colore biancastro. Al termine dell’operazione la polvere, ovviamente, si deposita ed ecco cosa appare.

 

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Polvere bianca nell’acqua a Maddaloni. La foto all’interno

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Polvere bianca nell’acqua a Maddaloni. La foto all’interno

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Sono mesi ormai che i cittadini di Maddaloni lamentano impurità e sporcizia di ogni sorta che sgorga dai rubinetti. Tracce di acqua mescolate a sostanze di varia natura, ovviamente disgustose e dannose.  Danno e beffa perchè al pagamento del canone idrico si aggiunge acquisto di acqua in bottiglia per uso alimentare, danni a caldaie ed elettrodomestici vari, rubinetterie otturate, filtri da sostituire di continuo, aloni in casa dovuti alle pulizie con acqua contaminata. Eppure, il contratto di fornitura dell’acqua specifica la sua potabilità.

Nonostante le innumerevoli segnalazioni via stampa, social ed altro, il problema persiste; anzi sembra accrescersi.

Oggi l’ennesima segnalazione di un cittadino: la foto parla da sola e fa rabbrividire

Come si è ottenuto questo intruglio? Ce lo racconta il nostro lettore che ci ha inviato la foto.

Ecco la ricetta: bollire un litro d’acqua per circa cinque minuti. Dopo un pò l’acqua assumerà un colore biancastro. Al termine dell’operazione la polvere, ovviamente, si deposita ed ecco cosa appare.

 

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