Rovigo. Eni e disastro ambientale: dal danno alla beffa

eni-disastro-1Disastro ambientale a Porto Tolle in provincia di Rovigo, Veneto: grave inquinamento causato dalle emissioni della centrale termoelettrica Eni.

Il tribunale di Rovigo ha riconosciuto lo scorso primo aprile il rapporto tra le emissioni in eccesso della centrale e i danni all’ambiente e alla salute,  tumori e gravi malattie respiratorie infantili  evidenziato dalle analisi dell’IstitutoTumori. E’ venuta meno l’installazione di apparecchiature che avrebbero dovuto misurare l’impatto delle omissioni del vecchio impianto ad olio combustibile. Lo ha confermato la Corte condannando i vertici: tre anni di reclusione e cinque d’interdizione dai pubblici uffici per Franco Tatò e Paolo Scaroni, amministratori delegati dal 1996 al 2002 il primo, dal 2002 al 2005 il secondo. Faranno ricorso in appello. Assolti l’attuale ad Fulvio Conti ed altri cinque ex manager tra i quali Renzo Busatto per il quale in sede di requisitoria il pm aveva riconosciuto la prescrizione per decorrenza dei termini processuali. Tatò e Scaroni dovranno inoltre pagare una provvisionale complessiva di 430 mila euro suddivisi tra le parti civili: Ministeri dell’ambiente e della salute, la provincia di Rovigo e alcuni comuni polesani, associazioni di Legambiente, Greenpeace e Wwf.

Il pm Manuela Fasolato aveva chiesto la condanna per tutti per un reato ambientale che si è perpetuato nel tempo per danni calcolati in 3,6 miliardi di euro. Al danno si aggiunge la beffa. Da un punto di vista amministrativo l’impianto di Porto Tolle, coinvolto in un processo di trasformazione a carbone, non ha rinunciato al piano di conversione. La quota di emissioni anche con l’utilizzo del cosiddetto “carbone pulito” è comunque superiore a quella di una centrale a gas. Motivo che ha portato ambientalisti e associazioni locali ad ottenere lo stop davanti al Tar e al Consiglio di Stato.

La regione Veneto ha però modificato le regole che governano il parco del delta del Po per eliminare gli ostacoli alla riconversione del progetto. Un piano che  ha vista impegnata in prima linea la Confindustria con pressioni sul Consiglio dei Ministri che non hanno risparmiato nemmeno l’attuale presidente. Un cane a sei zampe per il quale l’abuso è semplice gaffe.

“L’Eni è oggi un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica d’intelligence. Cosa vuol dire intelligence? I servizi, i servizi segreti“ ha dichiarato pubblicamente Matteo Renzi il 3 aprile in diretta televisiva su la7 dopo aver pranzato con Paolo Scaroni, condannato in primo grado. Secondo Scaroni, non c’è alcun disastro.

Avrebbero mentito tutti: i giudici, le associazioni ambientaliste, l’Istituto Tumori. Nessuno a Porto Tolle si è mai ammalato a causa delle emissioni della centrale. Una società quotata in borsa come l’Eni Spa, che appena tre giorni fa ha annunciato un piano di investimento strategico per 6,1 miliardi per gli anni 2014-2018 della controllata verde Enel Green Power e attiva sul mercato internazionale con la partecipazioni a gare di appalto in altri Stati fonderebbe, secondo Renzi, i suoi risultati sul reato di insider trading perpetuato da agenti di servizi segreti e sull’aggiotaggio. Ipotesi non troppo remota se si considera che sono le ipotesi di reato sulle quali la procura di Milano ha aperto un fascicolo lo scorso anno in relazione alla vendita del 2,3% del capitale di Saipem, società per azioni controllata per il 43% dal gruppo Eni, in merito al maxi-collocamento di azioni effettuato il giorno prima del profit warning lanciato dalla società nel gennaio 2013 che aveva affondato il titolo in borsa bruciando 4,7 miliardi di euro di capitalizzazione. Una quotazione al ribasso.

Per alcuni si è semplicemente trattato di rivelazione di segreto di Stato.

(Mariangela Maritato – Fonte & Aggiornamenti: http://www.nottecriminale.it/noc/index.php?option=com_k2&view=item&id=2449:eni-e-disastro-ambientale-dal-danno-alla-beffa# – via Eni e disastro ambientale. Dal danno alla beffa)

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